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Accessibilità? Si, ma anche indipendenza

Le nostre storie
  • ACCESSIBILITA'? Sì, MA ANCHE INDIPENDENZA


Ultimamente sono arrivata alla conclusione di essere una disabile viziata.
Viziata in questo senso: ho avuto una famiglia meravigliosa che fin da bambina mi ha abituata a fare tutto quello che volevo, anche cose che sembravano improponibili. Un solo esempio: ho le mani malmesse, ma ho preso lezioni di piano e ho fatto dei saggi. Non sono diventata una concertista, ma ora come ora su uno spartito saprei riconoscere un do, e ne sono felice.
Mi porto dietro l’abitudine a non pensare più di tanto ai miei limiti ancora ora, e sono profondamente convinta di una cosa: non si deve confondere autonomia ed indipendenza. Lo scorso weekend sono stata tre giorni via con amici, con la solita occasione dei miei amati concerti. Ero ovviamente accompagnata da una ragazza che mi aiutava, da sola non avrei potuto neanche pensare di andare via. Però ho deciso di andare, ho deciso dove, ho deciso con chi… Mi sono sentita realmente indipendente, anche se non sono autonoma. Non essendo in carrozzina, non devo neanche troppo preoccuparmi troppo dell’accessibilità, vado dove mi pare e se per farlo mi tocca fare 10 piani a piedi.. amen.
A dicembre però un banale episodio mi ha fatto molto riflettere. Mi hanno consigliato un farmaco per un disturbo pesante che ho, e ho fatto la stupidaggine di provarlo il giorno del concerto dei Subsonica a Torino, fidandomi di quello che mi era stato detto: è una medicina blanda, al massimo non ti fa nulla. In effetti non mi è servita proprio a nulla, peccato però che sono quasi svenuta, ho tremato per due giorni e ho faticato a muovermi per una settimana. Rinunciare al concerto la sera? Non sia mai! Al massimo, ho pensato, invece che piazzarmi in piedi davanti al palco mi siedo. Dimenticavo solo il piccolo particolare della location del concerto: il meraviglioso Palaisozaki, struttura realizzata in occasione delle olimpiadi invernali. Vorrei davvero conoscere questo Isozaki, l’architetto, e fare con lui quattro chiacchiere sul concetto di accessibilità. Il Palaisozaki è a norma, non lo si può negare: chi è in carrozzina può benissimo entrare, solo deve accontentarsi di rimanere in alto perché la sola via per il parterre è una scala lunga e ripida e ai disabili è riservata un’area al di sopra delle gradinate. Chi soffre di vertigini è fregato, come pure chi ha problemi di mobilità ma non è in carrozzina (nell’area riservata non ci sono sedie). Io, che soffro di vertigini e non sono in carrozzina, mi sono fatta forza e sono scesa un po’ in basso alla ricerca di un posticino sulle gradinate: 5 minuti di ansia, capogiri e tremore,  mitigati dal pensiero che in fondo svenire prima di un concerto sarebbe stato molto punk. Non sono svenuta, però alla fine della serata non me la sono davvero sentita di scendere le restanti gradinate, attraversare il palazzetto e raggiungere il palco per salutare, come avrei tanto voluto, un mio amico che lavora con il gruppo e non ho mai occasione di vedere. Ho fatto dietrofront, mi sono arrampicata fino in cima, e mi sono trascinata a casa un po’ triste.
E’ stato allora che ho pensato: l’accessibilità sarebbe questa? Non dico che uno dovrebbe poter arrivare dovunque, ma almeno scegliere se stare sopra o sotto dovrebbe poter essere possibile. E’ utopistico? Forse. Tutto dipende dal significato che si da alla parola accessibilità. Se accessibilità vuol dire far la grandiosa concessione di assistere ad un concerto anche a chi ha problemi di mobilità confinandolo in cima all’Everest, in un angolo dove tra l’altro non si incontra praticamente nessuno, siamo a posto. Se invece si parte dal presupposto che magari anche il disabile vorrebbe non essere obbligato a portarsi un binocolo per vedere qualcosa e avrebbe anche l’insana voglia di stare in mezzo alla gente, incontrare qualche amico e scambiare due parole – andare ad un concerto, per me,  presuppone anche e soprattutto questo aspetto – non ci siamo proprio.
Ah sì, sono proprio una disabile viziata. Faccio ammenda e non parlo più. La prossima settimana ritorno ad un concerto dei Subsonica, per fortuna non al Palaisozaki, non prenderò nessuna medicina e deciderò liberamente dove mettermi e soprattutto chi andare a salutare. Però, se incontrate il signor Isozaki, spiegategli per favore che godersi un concerto in mezzo agli altri dà molta più gioia che vederselo da soli, su in alto. Per me almeno è sempre stato e sarà sempre così, e vorrei che lo scoprisse anche chi non può permettersi di scegliere dove mettersi, come ho la fortuna di poter fare quasi sempre io, almeno quando saggiamente evito di fare esperimenti nocivi il giorno di un concerto.


                                                                                                                                                               Valeria Carletti                                                                    

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