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Beata te

Le nostre storie

BEATA TE!    di Maura Malfa

E' un pomeriggio come tanti. Mia figlia, fresca di doccia, è avvolta nell'accappatoio. Davanti allo specchio, che ci riflette entrambe, indugio nel pettinarle i capelli chiari e sottili. Sorrido alla sua immagine e avvicinando il mio viso al suo le sussurro con affetto “ La mia bella bimba!”
“Sì, però sono down!” è la sua replica piccata, subito seguita dalla domanda: “Perché sono down?”
Io le rispondo ricorrendo alla solita, forse banale ma poco compromettente spiegazione, sul fatto che siamo tutti diversi: alti, bassi, biondi, bruni, bianchi, neri e...down!
Lei, con lentezza e molta serietà, fa correre lo sguardo dal suo viso al mio e  ancora dal mio al suo poi... mi gela con una domanda che più che altro è un'affermazione: “ Ma tu non sei down,vero?”
“ No, gioia – rispondo- non sono down.”
“ Beata te! ”  sussurra compunta.

Marta, già allora,si rivelava ben consapevole dell'esistenza della sindrome nella sua vita di seienne. Non era inconsueto che per strada  mi indicasse qualcuno dicendomi: “ Guarda mamma anche lui è come me!” (  talvolta si trattava di orientali o di persone con  occhi leggermente a mandorla! ).
Ciò non mi è mai sembrato un male. Ritenevo che il poter scaricare sulla sindrome la responsabilità dei suoi parziali insuccessi o della necessità di impegnare maggiori energie per riuscire, potesse in parte sollevarla, permettesse alla sua autostima di uscirne non troppo malconcia: come a dire “ Io sarei bravissima ma...accidenti alla sindrome!” .
In effetti la cosa funzionava così bene che non di rado Marta, alla richiesta di eseguire un compito meglio o più velocemente, replicasse con frasi del tipo“ Eh ...un po' di pazienza! Lo sai che sono down,no?”!
Sono trascorsi quindici anni dall'episodio dello specchio . Se dovessi sintetizzarli, potrei in tutta onestà affermare che sono stati interamente spesi nel tentativo, se non di eliminare, almeno di  attenuare il disagio che nostra figlia aveva manifestato, ricorrendo a quelle due brevi parole.
Marta oggi, grazie al percorso di autonomia intrapreso, sta imparando ad utilizzare  i mezzi pubblici per spostarsi in città, sperimentando brevi periodi di residenzialità autogestita  e frequentando uno stage in una trattoria dove aiuta in cucina ed in sala.
Anche la sua vita sociale è ricca: non le mancano  le opportunità di trascorrere serate con gli amici o di praticare attività ricreative come teatro e danza e, da sette anni, ha un ragazzo, che la adora e ben si presta a farle da cavalier servente!Se è vero che la sua vita relazionale si concretizza quasi esclusivamente nell'ambito di associazioni che si occupano di disabilità e che disabili sono i suoi amici, ciò non toglie che sia piena e gratificante.
Tutto perfetto, sembrerebbe, eppure  Marta attraversa  ancora periodi in cui è insoddisfatta e malinconica e se sollecitata  a spiegarne le motivazioni, invariabilmente risponde: “ Perchè io sono down.”.
Non dispero che un giorno Marta giunga a maturare una serena accettazione di sé,intesa,non come passiva rassegnazione, ma come piena consapevolezza dei propri  limiti e  delle proprie ( molte!) capacità, obiettivo, questo, comune a ciascuno di noi.
Dal canto mio continuerò a portare la mia testimonianza di genitore,nella speranza di aiutare la società civile e le istituzioni, a guardare ai nostri figli con occhi diversi, accostandosi a loro senza pietismi bensì credendo nelle loro capacità  e impegnandosi a valorizzarle anche in ambiti lavorativi. Ciò che vorrei contribuire a creare, sono sguardi nuovi, sguardi che anziché ferire partecipino alla piena realizzazione di un individuo, sguardi nei quali Marta possa leggere stima e dai quali  possa attingere la forza per trasformare il ''Beata te!'' dell'infanzia in un ''Sono soddisfatta di me!'' dell'età adulta.

                                                                                                   


pezzo inedito

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