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La piccola pulce

Le nostre storie

“La piccola pulce”

Oggi la “piccola Pulce”, così come la chiamano i suoi genitori, compie 20 anni.
Una piccola donna! Io l’ho conosciuta 2 anni fa, in una classe del liceo psicosociopedagogico costituita da sole femmine, in piena adolescenza.. e questo potete immaginare da soli cosa significa!R. si veste benissimo a scuola, abbinando i vari colori, e odia indossare la tuta da ginnastica (non abbastanza femminile!). Ha capelli biondissimi sempre in ordine, a volte tirati su con delle pinzette brillantinate, cambia il colore dello smalto tutte le settimane, dispensa consigli alle compagne sul look moderno e condivide con loro innamoramenti, crisi, litigi e riappacificazioni. Pensate che lei stessa ha chiesto di ricevere, come regalo di Natale, un bel fidanzato!
Allo stesso tempo, come le sue compagne, affronta le ansie dei compiti in classe (soprattutto quelli di matematica!), odia alcune materie (sempre matematica) e ne ama altre (scienze e il corpo umano), alcuni giorni si impegna di più, altri confessa direttamente di non avere tanta voglia di scrivere e di studiare e preferisce sgattaiolare fuori dall’aula e concedersi una pausa alle macchinette che distribuiscono merendine nella scuola, di cui è sicuramente una delle migliori clienti. Quanto le piace il panino con prosciutto e maionese! Alcune volte, poi, è più allegra e con il sorriso stampato sulle labbra, come quando prende un bel voto, altre è pensierosa e crucciata, soprattutto se in classe c’è stata qualche tensione. D’altronde, lei è una delle rappresentanti e deve tenere sotto controllo ciò che succede, anche a livello emotivo-relazionale!
Pensandoci bene, credo inoltre che Roby, rispetto a tutti, abbia una marcia in più: la sua sensibilità estrema e raffinata.
E’ come se captasse difficoltà e crisi in anticipo rispetto a tutti gli altri e fosse sempre lì, pronta a donare una parola di conforto, un bacio, un abbraccio. La prima volta che l’ho conosciuta, ricordo di essermi fermata sulla soglia della porta ad osservarla rapportarsi con una sua compagna, inserita da appena un giorno nella sua classe, che, (a causa della sua tetraplegia) fatica nell’uso della motricità fine e quindi non riesce neanche a prendere i libri dallo zaino, a fare merenda o a scrivere i compiti sul diario.
Roby era lì ad aiutarla con delicatezza: ascoltava le esigenze delle compagna e cercava di interpretarle, rassicurandola. Mostrava il suo affetto in maniera pura e limpida. Una lezione di vita nel mio primo giorno con lei, che continua tuttora.
Ora Roby è quasi alla fine del suo percorso alle superiori e lo sta affrontando con grande coraggio. Consapevole che le strade fra lei e alcune delle compagne si divideranno per sempre e altre magari si incroceranno solo per qualche breve periodo, R. ha voluto preparare una tesina che parli proprio di loro, dei momenti trascorsi insieme, del passato comune e di quelli che verranno, del futuro dopo la maturità. E, ad una compagna che esprimeva la sua felicità nel terminare questo percorso di studi e nel cambiare amicizie, R. ha risposto: “A me invece dispiacerà molto lasciarvi. Sono triste che finiscano questi 5 anni, perché sono consapevole che difficilmente vi rivedrò”.
Questa è Roby. Non una patologia, una diagnosi, un’etichetta, ma una ragazza con i suoi pregi e difetti, con sfaccettature dalle tonalità diverse: basta saperla ascoltare, senza ricondurla a stereotipi o a standard di presunta “normalità”.  Vorrei concludere con un racconto di Emily Perl Kingsley che mi ha aiutato in questo e nella costruzione della relazione unica che ho istaurato, fin da subito, con Roby. Non è stato difficile perché è stata lei stessa a guidarmi, a farmi comprendere quali fossero i suoi tempi e le sue necessità e a farmi entrare, passo dopo passo, nel suo mondo, un nuovo mondo.
“…Dopo qualche mese di sogni anticipati, il giorno finalmente arriva. Alcune ore più tardi, l’aereo comincia ad atterrare. Lo steward entra e dice: “Benvenuti in Olanda”.
“Olanda? –domandi- Cosa significa Olanda? Io ho comprato un biglietto per l’Italia! Per tutta la vita ho sognato di andare in Italia! Così devi andare a comprare una nuova guida. E devi imparare alcune frasi in una nuova lingua. E incontrerai nuovi gruppi di persone che non avresti altrimenti incontrato. E cominci ad imparare che l’Olanda ha i mulini a vento…e l’ Olanda ha i tulipani…e l’Olanda ha Rembrandt. Però tutti quelli che conosci sono occupati ad andare e venire dall’Italia…e ognuno si vanta di quale meraviglioso periodo ha trascorso là. E per il resto della tua vita tu dirai “Sì, quello era il luogo dove avevo progettato di andare. E’ ciò che avevo programmato”. Ma….se passerai la vita a piangerti addosso per il fatto che non sei andato in Italia, non sarai mai libero di godere delle cose, molto speciali e altrettanto amabili…dell’Olanda.”


La funzione della narrazione per gli educatori
L’interesse nella forma narrativa sta nella sua possibilità di offrirci una strada per comprendere l’incomprensibile, spiegare l’inspiegabile (G. Giarelli 2005).
Che cos’è l’inspiegabile di cui parla Giarelli?
Molto del lavoro degli educatori è procedurale, tacito e inespresso. La narrazione funge da sostegno a questo tipo di apprendimento vissuto, esperienziale e relazionale ed è occasione per pensare al senso  e al significato delle cose, dei compiti e delle responsabilità personali. La narrazione mette ordine nella memoria, nel ricordo di ciò che si è fatto, nelle impressioni e nei pensieri che si sono sperimentati mentre si viveva quella esperienza. E’ difficile, certo, poiché implica fare i conti con ciò che è stato sepolto, talvolta rifiutato. E, soprattutto quando si è contatto con il disagio, con la patologia, mettere in parole le emozioni provate rafforza la capacità di convivere e di affrontare la sofferenza e rende più acuta la capacità di analisi interiore e la consapevolezza di sé (Duccio Demetrio, 2002). Aiuta a conoscersi e a conoscere.
Anche gli educatori stessi, a cui è stato questo un parere su questo argomento, leggono la narrazione come “capacità di mettersi in gioco”, come “risorsa e strumento per una conoscenza più profonda”, per “monitorare meglio il lavoro e il suo sviluppo” e non solo. La narrazione, per molti di loro, è utile in primis per “costruire una alleanza tra l’educatore e la famiglia”, un “patto”, uno “scambio con loro”. Essa, dunque, aiuta nel confronto, nel dialogo, sollecita l’ascoltatore a porre domande e a riconoscersi nelle esperienza narrate. In poche parole, la narrazione mette in relazione. E questo avviene non solo nei confronti dei genitori dei ragazzi che ricevono il supporto educativo, ma anche tra gli educatori stessi, che spesso lavorano in realtà molto diverse e si conoscono poco.  Ogni educatore che racconta comunica la propria identità narrandosi e offre un apporto a quel passaggio di consegne che è necessario tra gli individui che oggi operano in ambito educativo e lo sarà ancora di più per le generazioni future.



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           di Rossana  Bellacicco



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