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Mamma e basta?

Le nostre storie

Mamma e basta?    di Mirella Pasqual e Aurora Pantani

Vorrei tanto trovare un nome adatto alle condizioni psicologiche che vive una madre dopo aver avuto un figlio diverso.
Qualunque donna partorendo un bambino, o adottando un bambino, diventa mamma e fa tutto ciò che è necessario per la crescita e l'educazione del proprio figlio, cercando di superare tutte le difficoltà che si presentano ogni giorno, certo noi un po' di più perché oltre alle difficoltà della vita normale (che non sono poche), abbiamo quelle straordinarie, ma a tutto ci si abitua. Molte volte mi sento dire "non so come fai, io non ce la farei" in realtà siamo tutti in grado di farcela ma fino a quando la vita non ti mette alla prova non lo puoi sapere.
Eppure per quanto io cerchi di sentirmi una mamma normale c'è un tipo di società che ti vuole assolutamente perdente, tu non puoi permetterti di cambiare o curare il tuo aspetto, o seguire la moda oppure semplicemente sorridere e divertirti, devi avere sempre un aspetto pulito, sobrio, possibilmente malaticcio, di quelli che quando uno ti vede, si possa chiedere quanto soffri.
Così, io ero nei primi anni di vita di mia figlia, e quando le mamme passavano (anche solo a scuola) invece del saluto aperto quotidiano, mi sfregavano il braccio come si fa con una spugnetta e masticavano un ciao, con l'occhio rivolto alla mia bambina.
Un pomeriggio guardandomi allo specchio cercavo di vedere qualcosa nel mio viso cercavo un immagine, non c'era niente.
I miei occhi erano tristi, i miei capelli raccolti non avevo espressione solo il viso di una persona che piangeva troppo.
In quell'istante comparve mia figlia sulla porta e mi guardava, mi sono chiesta come mi vedeva, e mi sono osservata attraverso i suoi occhi, non mi sono piaciuta e sono sicura di non essere piaciuta nemmeno a lei. Mi sono proiettata nel futuro, non volevo che mi vedesse come una persona senza midollo, io ero la sua mamma e non potevo avere un aspetto così triste ho creduto di farla sentire in colpa, in fondo i miei occhi tristi erano una conseguenza di quello che era successo.

Ho prenotato immediatamente il parrucchiere, mi sono dedicata due ore e mia figlia si è subito accorta del mio cambiamento ed era felice e anch'io. Ho rifatto come si dice in termini vip il mio look.Non vi dico i commenti delle mamme fuori dalla scuola, ovviamente alle mie spalle: "ma con tutto quello che ha? E' impazzita? Io non so se con tutti quei problemi riuscirei ad uscire, figuriamoci truccarmi e vestirmi". Allora, prima non ero nessuno, valevo poco e nessuno mi guardava, poi mi si vedeva e allora valevo ancora meno. Qual è la via di mezzo? Cancellarmi? Certo così non crei scompensi psicologici alla gente e si sentono tutti bene.
Però, mi guardo ogni giorno con gli occhi di mia figlia e vedo una mamma serena, che lotta con coraggio e che non si arrenderà mai, non sono una mamma perdente, non sono una mamma vincente, sono solo una mamma che nonostante l'infausto futuro presentato alla nascita non si sente sconfitta dall'handicap, anzi mi sento più forte, trovo il tempo e la voglia di lottare ma sempre con il sorriso e con la dignità, non dimentichiamoci mai di essere persone, donne. E che i nostri figli se ci vedono serene possono solo essere più felici.
Queste riflessioni mi sono state suggerite da Aurora Pantani, mamma di Elita, raccontando un aneddoto capitato a lei, inerente a questo.

Ciao Aurora! Ora continua tu...

Alla metà di marzo 2004 abbiamo fatto una consulenza informatica presso il centro ausili della ASL di Livorno, così siamo andate io Elita ed Elena, l'insegnante di sostegno.
Noi non conoscevamo le logopediste e l'ingegnere che ci avrebbero accolto e loro non conoscevano noi, ci eravamo sentiti solo telefonicamente.
Entrando nella saletta dove ci attendevano queste persone io portavo le borse ed Elena spingeva la sedia a rotelle , dove Elita era seduta.
Appena entrate: -Buongiorno, finalmente Elita ci conosciamo, ecc. ecc.- i saluti ed i complimenti che di solito vengono fatti ai bambini, poi una delle logopediste rivolgendosi a me dice: -Buongiorno, tu sei l'insegnante e Lei signora (rivolgendosi ad Elena) è la mamma?-.
-No- dissi io: -Io sono la mamma e lei è l'insegnante-.
Rivolgendosi ancora a me dice: -Mi scusi (passando dal tu al lei) ma con quelle mèches credevo fosse l'insegnante-.
Come se la mamma di un'handicappata grave non potesse farsi le mèches.
In quel periodo le avevo rosse, a maggio l'altra mia figlia Alice, ha preso il Sacramento della Comunione, così ho cambiato look le ho fatte di quattro tonalità diverse, proprio per non passare inosservata.
Ora mi chiedo, come possiamo noi mamme farci ascoltare e tanto più condividere con gli altri tutto ciò che affrontiamo quotidianamente, quando per gli altri siamo delle perdenti delle nullità, come hai già sottolineato tu, Mirella, delle mamme di serie B, che oltre a non potere non devono neanche osare di pensare.
Il 12 e 13 giugno a Castagneto Carducci, il Comune dove io abito, ci sono state le Elezioni Amministrative ed io mi sono candidata per la carica di Consigliere Comunale da indipendente.
Qualcuno si è permesso di dire che dovevo vergognarmi, perché con tutto quello che ho in casa...!
SCANDALO, oltre ad avere le mèches si candida pure!!!
L'unica cosa che mi ha dato dispiacere non è stato il fatto di non aver raggiunto il numero necessario per poter rientrare tra gli 11 che comporranno il Consiglio Comunale, ma l'opportunità come donna.
Questa esperienza mi ha veramente resa consapevole di quanto, come donne, dobbiamo ancora fare per poter ottenere le pari opportunità, non solo nei confronti dell'altro sesso, ma in tutto ciò che gira intorno a noi.
Credo, anche, che il primo passo dobbiamo farlo proprio noi, come donne ed imparare innanzitutto a stimarci ed a credere molto di più nelle potenzialità che abbiamo.
Noi mamme di bambini diversamente abili, che lottiamo giorno dopo giorno per i nostri figli, lottiamo prima di tutto per noi stesse, rivendicando il diritto di essere donne e quindi di poter vivere con dignità ed onestà la nostra vita.
È forse negando il fatto di essere donne, come dicevi tu Mirella, che aiutiamo la società a cambiare? Ad essere delle brave mamme, delle brave mogli, delle belle persone, non esteriormente, ma dentro.
Come potremmo aiutare i nostri figli ad essere forti ad avere stima di sé, se vedono solo lacrime?
Hai detto una cosa grande Mirella, quando ci guardiamo allo specchio dobbiamo vederci con gli occhi dei nostri figli ed è solo così che riusciremo a comprendere ciò che siamo e non quello che vorremmo essere ed essere semplicemente per loro delle mamme e basta.
Elita ed Alice mi hanno dato l'opportunità di conoscere la grande forza che avevo dentro ed ora che ho l'opportunità di usarla non voglio certo reprimerla a causa di quel tipo di società, che come hai detto tu, ti vuole assolutamente perdente.
Sono certa che noi donne e mamme abbiamo una marcia in più, quindi usiamola.
Vorrei veramente dal profondo del cuore, che chiunque leggerà queste nostre righe ne faccia tesoro, soprattutto le mamme di bambini diversamente abili che si negano a loro stesse solo per la paura di essere giudicate.
Dobbiamo solo essere fiere di essere donne e con grande umiltà saremo delle mamme eccezionali.
W le donne, non quelle con le palle, ma quelle che con grande dignità ed onestà non si negano al mondo, ma soprattutto non si negano a loro stesse.
Quando mi sono candidata ho dovuto pubblicamente presentarmi più volte e con grande dignità ho sempre detto: -Mi chiamo Pantani Aurora, sono una donna ed una mamma...- e di questo ne sarò sempre fiera.
                        
                                              
Narrazione pubblicata all'interno del volume Un mosaico di esperienze (luglio 2004): autori vari, a cura della Sezione di Pisa-Livorno dell'AIPD, pp. 38-40.

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