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Oltre il Ponte

Le nostre storie

OLTRE IL PONTE

Lo psicologo da cui sono andata per un po’ di tempo per riferirsi alla mia disabilità usava spesso la parola “malattia”. Chissà perché non sono mai riuscita a ribattere che non mi sento affatto malata, a parte quando ho la febbre. Non mi piace uscire con della gente che non fa altro che preoccuparsi di me, non voglio che vadano a prendere l’auto parcheggiata a 20 metri per non farmi camminare. Se sono stanca, lo dico, se non me la sento di far qualcosa, pure. I miei limiti li so e credo di accettarli abbastanza. Certo, quando dopo un concerto parte la disco e non riesco neanche a dire ai musicisti quattro parole in croce capita che mi venga voglia di abbattere il dj. Però malata non mi sento proprio, almeno non fisicamente. Emotivamente instabile…sì.
Non riesco a togliermi dalla testa che se il telefono non squilla, se non sono invitata ad una festa, se non ho il fidanzato, se non mi mandano il lavoro …è per via della mia disabilità. Per non parlare del mio costante bisogno di conferme, e di bellissime serate rovinate da una frase non detta da qualcuno. Che magari era semplicemente stanco, o non ci ha pensato.
Mi atterrisce la possibilità di vivere una vita “a metà” per via della mia condizione. Possibile che devi sempre far qualcosa?” mi chiedeva lo psicologo insinuando che non accettassi completamente la mia “malattia” e rimediassi fuggendo. Intendiamoci, passo intere serate sul divano a vedermi ogni tipo di telefilm su medici, avvocati e criminali vari…. So tutto del dr. House e la mia vita sociale non è certo al top. Certo, cerco di vivere più che posso, come posso.
Sere fa in un locale di periferia di Modena cantava un coro di Mondine. Finito il mini-live queste arzille signore sono scese dal palco e hanno continuato inesorabilmente a cantare finché la povera direttrice del coro a fatica le ha trascinate a casa.
Le guardavo divertita e commossa pensando agli anni spesi cantando chine sui campi di riso. Ad 80 anni suonati continuano a cantare, e credo che la loro “spensieratezza” derivi dalla consapevolezza di aver fatto tutto quello che dovevano. Una vita intensa.
E’ difficile per me capire se sto facendo tutto quello che devo fare, per il semplice fatto che, se non fossi disabile, la mia vita sarebbe diversa.
Italo Calvino nella canzone Oltre il ponte racconta di alcuni ragazzi ventenni (io però di anni ne ho quasi 30…) che nel 1945 scorgono la vita, la libertà oltre un ponte ancora in mano nemica. Io mi sento così. Quello psicologo alla fine dei conti mi ha consigliato di accontentarmi e starmene un po’ tranquilla da questa parte del ponte a guardare la vita da lontano. Molti lo fanno, forse trovano una loro pace e stan meglio di me. Forse è un buon consiglio medico. Io però non posso pensarci, sarebbe
terribilmente doloroso, e profondamente ingiusto.

                                                                                                                                                                          Valeria Carletti


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