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Piccole storie metropolitane

Le nostre storie


PICCOLE STORIE METROPOLITANE  
Sono la madre di una ragazza disabile e, presa coscienza di questa mia posizione un po’ speciale  rispetto alle altre famiglie, spesso e volentieri collaboro con  altre persone che si occupano di fare la “cosiddetta” educazione all’handicap. Ecco quindi che ho partecipato ad un sacco di incontri, dibattiti, convegni, corsi di aggiornamento di insegnanti, colloqui con studenti e così via. Ma l’educazione all’handicap, non vorrei essere banale, non finisce in questi momenti, dura praticamente sempre. Tante situazioni ci costringono, noi che viviamo questa situazione, ad essere sempre vigili, sempre pronti a dare agli altri la nostra esperienza, il confronto e, perché no, la possibilità d’insegnare qualche cosa in materia di disabilità. Ho passato i primi anni della vita di mia figlia ad essere aggressiva e adesso, pur con qualche anno di esperienza alle spalle, a volte ricado nella tentazione di farla pagare a chi commette l’errore di non sapere di non capire o, purtroppo, di non avere un minimo di sensibilità. Ci sono stati, nel corso di questi anni, alcuni episodi però più significativi, che voglio raccontare.
Siamo io e Valeria per la strada, e stiamo andando nel nostro quartiere a fare una commissione. Incontriamo una signora che abitava vicino a noi e che quindi conosceva Valeria piuttosto bene. La conversazione avviene in questo modo:
Signora: Buongiorno Signora, Ciao Valeria. Che cariiina, come sei cresciuuuta….. (si gira verso di me) adesso quanti anni ha?
Io: Perché non lo chiede a lei?
Vedo passare il panico sul viso della Signora e le dico “Stia tranquilla, se non capisce, Valeria ripete anche dieci volte perché sa di avere questo problema” Valeria ripete per due volte ventidue, e la signora conferma di aver capito ripetendo ventidue.
Considerazione da fare: la Signora avrebbe lo stesso detto ad una cosiddetta normodotata  “Come sei cariiiina e come sei cresciuuuta” nello stesso tono sdolcinato? Fare domande alla sottoscritta azichè a Valeria presente è purtroppo una brutta consuetudine, forse alimentata dalla paura di non capire o di non sapere come comportarsi.
Altro episodio successo al mercatino vicino a casa mia.
Mi soffermo ad un banco che vende portafogli ed altri articoli in pelle e, come succede io e il venditore iniziamo a chiacchierare, prima di borse e di cinture, poi di altri argomenti più personali.Lui mi racconta di avere tre figli, mi dice che cosa fanno e a quel punto gli dico di Valeria. Commento a bruciapelo del Signore: “Che bella croce che ha!” Immediatamente gli chiedo “Se lei avesse un figlio con i problemi della mia, le piacerebbe che io le dicessi che ha una croce?” Il Signore rimane interdetto e mi dice “Mio Dio, ma sa che non ci avevo mai pensato? Forse dovremmo fare più attenzione a parlare… e poi.. no, non mi piacerebbe”. Parliamo per dieci minuti e poi ci salutiamo con cordialità sincera.
Considerazione da fare: la gente, ma proprio tutta la gente, va educata a pensare all’handicap non come ad un fatto privato ma più generale, e a riflettere su come, con una osservazione apparentemente banale, si può ferire una persona.
Episodio successo all’università.
Valeria frequenta l’università, corso di laurea in scienze internazionali e diplomatiche. Per accedere alla Facoltà ha dovuto superare un test d’ingresso piuttosto difficile, e i posti disponibili erano solo 150. Ogni volta che deve sostenere un esame, mi reco con lei dal Docente per presentare mia figlia e definire le modalità dell’esame. Talvolta le prove orali vengono svolte per iscritto per ovviare alle difficoltà d’espressione, e comunque Valeria ritiene opportuno sempre far presente la sua situazione per non far trovare impreparato alle difficoltà oggettive il Professore. Questo fatto è avvenuto nel corso del secondo anno si studi, e la materia di studio era una delle più difficili del corso. Il Professore ascolta con attenzione il piccolo discorsetto che faccio ogni volta  per presentare la situazione di Valeria e le sue problematiche e io mi appresto a lasciare la parola a mia figlia.Vedo negli di questo signore un lampo di panico, lui inizia a parlare con Valeria poi, di colpo si gira e mi dice “Capisce tutto, vero?” La tentazione di rispondere “Lei sì” è fortissima, ma mi trattengo e rispondo “Certo, ed è anche in gamba, visto che ha già passato l’esame di economia politica” ( è l’esame che terrorizza di più gli studenti della facoltà, alcuni lo danno anche otto o nove volte, e Valeria l’ha superato al primo tentativo con 27). Il Professore sgrana gli occhi e si lascia sfuggire “Perbacco!” Il colloquio continua senza problemi.
Considerazione da fare: l’handicap fa paura. La paura fa fare domande ridicole e impedisce un corretto uso del cervello.
A me viene da osservare: ma basterebbe così poco… Così poco per salutare Valeria e non solo me (succede molto spesso), perché le domande vengano poste a lei e non a me, perché ci si comporti come se lei ci fosse e non fosse invisibile. Il non voler vedere una persona è il più codardo dei comportamenti, è quello che mette più in crisi, è quello che ti avvilisce ad oltranza.” Risolvo il problema non vedendolo e non affrontandolo perché io ho dei problemi” è la lettura che diamo a questi episodi.

GUIDA PRATICA AD UN  INCONTRO O UN COLLOQUIO CON UNA PERSONA DISABILE

Spesso ho pensato: c’è un galateo, una guida a tutto, ci vorrebbe una guida per chi si rapporta con i disabili, per quelle persone che si lasciano cogliere dal panico, dalla paura di non sapere come fare. La prima risposta alla domanda “come faccio?” sarebbe quella di dire “Metti in moto tutta la tua sensibilità”, ma a volte non basta.
Ecco dunque alcuni suggerimenti pratici:
- pensare subito “questa è una persona e merita rispetto”
- salutare sempre
- salutare nello stesso modo in cui si salutano gli altri compresa la stretta di mano anche se ci sono delle difficoltà
- se la persona disabile ha delle difficoltà di espressione chiedere di ripetere se non si capisce, non c’è nulla di male, oppure dire “Non ho capito/non ho sentito, può ripetere?”
- non guardare con insistenza
- non guardare con pena
- non alterare il tono della voce come se si parlasse ad un bambino
- non parlare a sproposito per colmare i vuoti
- accettare anche un po’ d’imbarazzo, capita con tutti
- non escludere la persona dal discorso
- cercare, quando si parla, di guardare la persona negli occhi
- evitare con cura le espressioni “poverino/a”, “sfortunato/a”
- non comportarsi con i parenti della persona disabile come se fossero delle vittime.
- siate il più naturale possibile.

Provare per credere, vorrei dire, e dopo i primi ad essere contenti sarete voi.
                                                                                                            di Daniela Pari
                                                                                                
handicap & Scuola n.103 maggio-giugno 2002

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