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Rifletti, anche se si è rotto lo specchio

Le nostre storie


Rifletti, anche se si è rotto lo specchio    
di Daniela Pari

Ci sono molte considerazioni da fare sulle frasi che vengono rivolte ai genitori delle persone diversamente abili. La prima è che molte volte sarebbe meglio tacere, per pudore, per discrezione, per non offendere. Tante volte, parlando con altri genitori nelle occasioni più diverse, si è parlato di questo problema, delle frasi buttate quasi per caso da sconosciuti, da commenti, osservazioni che dimostrano scarsa sensibilità. Un po’ per volta ho cominciato ad annotare le frasi più eclatanti su di un quadernetto, così, quasi come un glossario degli errori più macroscopici che può commettere la gente. A tutti i genitori è capitato, prima o poi, di sentirsi dire “ Suo figlio è una croce”, ad esempio. Questa frase, più una frase fatta,che parole di circostanza, può fare un male incredibile innanzi tutto perché se già un genitore ama il proprio figlio più della sua stessa vita, questo raddoppia nel caso dei genitori dei disabili, che fanno della loro vita spesso un progetto di vita per i loro figli.
Le “perle” però si diversificano nella loro asprezza, e possono raggiungere livelli impensabili, come “ E’ infettiva?” detto alla mamma di una bimba affetta dalla sindrome di down in un ambulatorio da parte di una signora in stato interessante., oppure “questa è una punizione divina”, oppure ancora “certo che disgrazia”.  E che dire di “Sarebbe stato meglio che fosse morta piuttosto di rimanere così”?
La pietà è una costante, e diventa quasi insopportabile quando esplode in “Ho pianto tanto per te”  oppure “Vorrei venirti a trovare, ma la vista di tuo figlio mi fa stare male” e anche  in “Mi tolgo il cappello di fronte a lei perché non so proprio come faccia”.
Ci sono poi le considerazioni che spiazzano,  a cui tante volte non si riesce a rispondere ma che lasciano sgomenti come “Meno male che è capitato a lei”, oppure “Tante volte i genitori si dividono per colpa dell’handicap” oppure ancora la spiegazione che fece un dottore ad una mamma  per spiegare la natura dell’handicap della figlia “Non è mongoloide, signora, nemmeno handicappata, è solo down”. Un altro papà si sentì chiedere, da parte di un medico della commissione invalidi civili, rivolto al figlio down “E’ così dalla nascita?”.
La frase più ricorrente, però, rimane “Suo figlio è una bella croce” che può anche sfociare nell’enfatica “Dio dà le croci a chi le può sopportare”
Dalla lettura di queste “perle” si evince che ancora permangono, nella nostra società, il pregiudizio, il giudizio, la paura del diverso. C’è ancora molta strada da fare affinché la gente capisca che i nostri figli, più che delle croci, sono oggetto dell’amore più grande.


                                                                                                     

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